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ARTICOLI >> IL KARMA

Ormai da diversi anni la parola "karma" è entrata nel nostro vocabolario quotidiano. Non tutti però sanno che cosa significa esattamente. Il termine karma è una parola sanscrita dal significato piuttosto complesso. Il sanscrito è l'antica lingua indo-europea, considerata la più antica tra tutte le lingue, che manifesta in sé tutte le caratteristiche delle lingue del mondo: è infatti alfabetica, sillabica e pittografica allo stesso tempo. Lo studio della grammatica e della sintassi sanscrite è particolarmente complesso, perché si tratta di una lingua molto precisa e allo stesso tempo ricca di sfumature e di collegamenti logici e filosofici oltre che filologici. La derivazione delle parole e il loro significato seguono dei percorsi fortemente logici e vanno ricercati nelle "radici" di ogni concetto.

La parola karma significa "azione," ma viene ad indicare, secondo il contesto, anche la reazione collegata a tale azione e il modo di agire e il tipo di vita determinato dal modo di agire dell'essere umano. Le leggi della fisica insegnano che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e che dietro ogni effetto c'è sempre una causa. Questo però vale non soltanto sul piano puramente fisico e meccanico sperimentabile al livello grossolano, ma anche sul piano delle cause e degli effetti sottili: esiste un forte collegamento di causalità tra situazioni e avvenimenti che apparentemente non avrebbero alcun legame tra loro. La persona che avete insultato può reagire in modo grossolano mollandovi un sonoro ceffone, oppure agire in modo più sottile escogitando qualche piano per punirvi senza esporsi direttamente.

Talvolta anche sul piano dei meccanismi più grossolani ci troviamo ad affrontare situazioni senza renderci bene conto della loro causa. 
Se, per esempio, l'anno scorso abbiamo firmato un assegno postdatato e poi ci siamo dimenticati di annotarlo sul registro delle scadenze, la richiesta di pagamento ci prenderà alla sprovvista o se la banca non ci avverte, potremmo ritrovarci il conto in rosso e pagare interessi passivi senza avere la più pallida idea di quello che è successo. Possiamo invitare un cliente a cena, poi essere travolti da altri impegni e mancare all'appuntamento per scoprire in un secondo tempo magari dopo varie settimane che il cliente, irritato dalla nostra mancanza di riguardo, ha annullato il contratto. A volte il risultato delle nostre azioni è immediato e visibile, a volte impiega anni per germogliare e fruttificare, anche a nostra insaputa.

Ogni sofferenza che noi causiamo rappresenta il seme di una sofferenza che dovremo raccogliere, prima o poi, sia che lo vogliamo o no, che ne siamo coscienti o no. Non è necessario che la reazione alle nostre malefatte ci venga imposta dalla natura in un tempo molto breve o immediato, oppure che sia amministrata attraverso la persona e il corpo che sono stati direttamente investiti dalla nostra azione.
Una vendetta può essere portata a termine dai figli, dai nipoti o dai discendenti della vittima, oppure persino da quella stessa persona che si presenta a noi in un altro corpo, in un'altra vita, magari quando noi ci siamo già dimenticati della nostra antica cattiva azione.
Oppure la reazione ci può arrivare dalla natura stessa, manifestandosi nel nostro corpo, nella nostra mente, nella nostra coscienza o nel nostro subcosciente, nella forma di malattie, difficoltà mentali o degradazione morale.

Karma mutabile e karma immutabile.

Che differenza c'è tra karma mutabile e karma immutabile?

Ci sono tre tipi di karma: i Sanchit Karma, ovvero karma (nel senso di azioni, parole e pensieri) accumulati nel corso di innumerevoli rinascite; i Prarabdha Karma, ovvero i karma le cui conseguenze sono già in atto; e i Kriyaman Karma, ovvero i karma le cui conseguenze devono ancora essere create.

Questi tre tipi di karma si spiegano con la popolare metafora delle varie fasi della coltivazione del riso: il riso raccolto e immagazzinato nel granaio può essere paragonato ai Sanchit Karma: da questa provvista la parte che viene scelta e preparata per essere cotta e mangiata è come i Prarabdha Karma, ovvero i karma che hanno originato la vita presente. Nello stesso tempo, i nuovi chicchi che vengono seminati nelle risaie, che daranno un nuovo raccolto in avvenire e a loro volta saranno aggiunti al granaio, sono come i Kriyaman Karma, cioè gli atti compiuti di giorno in giorno, che piano piano s'aggiungono ai Sanchit Karma finché «non maturano» per dare frutto come Prarabdha Karma in una vita futura (Shikshapatri).

Di questi tre solo il Prarabdha, cioè quello che ha portato alla presente rinascita, è immutabile: la freccia è già stata scoccata e nulla le può impedire di raggiungere la destinazione. Perciò gli eventi dovuti al Prarabdha sono predeterminati e inevitabili, come esemplifica la storia del monaco Chakkupala che, subito dopo essere pervenuto al pieno risveglio (ed aver quindi esaurito tutto il karma-deposito), per effetto del prarabdha divenne cieco.

I Sanchit karma del deposito — che sono determinanti per le vite future — sono mutabili (purgabili) con la pratica della meditazione Vipassana. Dei karma della vita quotidiana (kriyaman), invece, ci si prende cura con i precetti morali per disciplinare il comportamento fisico e verbale e con la meditazione Samatha per controllare la mente in modo che non dia origine a nuove creazioni.

Come funziona il karma?

Come qualsiasi altra legge di natura. Poiché le nostre azioni mettono in moto forze grossolane e sottili gli scienziati moderni seguono più facilmente le forze grossolane, che producono reazioni molto evidenti e sono osservabili tramite i cinque sensi (la vista, l'udito, il tatto, il gusto e l'odorato). Alcune di queste reazioni producono effetti più difficili da osservare, che sono stati riconosciuti soltanto dopo che la scienza ha messo a disposizione dell'uomo degli strumenti raffinati che accrescono la potenza dei suoi cinque sensi: microscopi, computer, telecamere, apparecchi radiofonici, termometri, misuratori di forze, bilance, analizzatori chimici e così via.
Questi strumenti però, per quanto sofisticati, non fanno che allargare la portata dei cinque sensi grossolani. Esistono altri piani di realtà, eterica e mentale, che non sono soggetti all'indagine dei cinque sensi e dei loro strumenti. L'attività cerebrale, per esempio, può essere misurata grossolanamente attraverso la misurazione delle microcorrenti elettriche nelle cellule del cervello, ma come è possibile analizzare con strumenti e macchinari i processi mentali, la fantasia, il desiderio, l'intelligenza?
Se facciamo un passo più avanti ci troviamo ad affrontare i cosiddetti "fenomeni paranormali" come la telepatia, l'aura psichica, le esperienze fuori dal corpo, lo stato intermedio tra la vita e la morte. L'indagine sull'anima, sui suoi movimenti a prescindere dal corpo materiale (che è il nostro oggetto di osservazione grossolana) rimane in massima parte un mistero per gli scienziati. Eppure la nostra intelligenza, la logica e l'osservazione dei sintomi, ci mostrano l'esistenza dell'anima, della forza vitale, benché non sia quantificabile chimicamente o fisicamente, e non possa venire osservata al microscopio.

Ma torniamo al nostro argomento principale. Se vogliamo imparare qualcosa sul funzionamento del karma, dobbiamo attingere scientificamente alla fonti della filosofia e della religione più antiche del mondo, dalle quali il termine stesso di karma ha avuto origine. Dobbiamo osservare la nostra vita, il nostro comportamento, le nostre azioni e le nostre tendenze.
Questo ci farà comprendere che nulla succede per caso.

A CHE COSA SERVE IL KARMA?

Qual è la funzione del karma? A che cosa serve?
Non è difficile da capire. Gesù diceva: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te," e "Ama il prossimo tuo come te stesso." Nella nostra evoluzione spirituale, in questa grande scuola che è la vita, dobbiamo continuamente imparare nuove lezioni fino a raggiungere la perfezione spirituale. Dobbiamo imparare ad essere misericordiosi, compassionevoli, tolleranti, sensibili, onesti, puri.
Dobbiamo imparare ad amare il nostro prossimo, a riconoscere la mano di Dio in ogni movimento della natura, a ritrovare insomma l'armonia e il senso di responsabilità che ci qualificano come figli di Dio.
Ogni situazione, in questo mondo, rappresenta un momento di scelta. Ogni difficoltà che incontriamo rappresenta un esame.

Abbiamo imparato la lezione?

Se di nuovo ricadiamo nell'errore, se di nuovo ci comportiamo in modo indegno, dovremo affrontare di nuovo la stessa prova, nel futuro più o meno lontano, in situazioni più o meno differenti, finché riusciremo a risolvere brillantemente il problema. E allora saremo pronti ad affrontare un problema leggermente più difficile, forse, oppure una nuova edizione di un vecchio problema. A che serve una lezione?
Ad imparare, a crescere.
Il karma ci presenta implacabilmente il risultato delle nostre azioni in modo che noi possiamo costantemente misurarle e valutarle, comprenderne il significato e le ramificazioni. Non possiamo comprendere gli altri finché non siamo passati anche noi esattamente per la stessa esperienza: la saggezza si conquista attraverso l'esperienza e la sofferenza, sperimentando personalmente, in vivo, il vero significato delle varie condizioni di vita.

Le anime "crescono" e diventano più mature, più benevole, più comprensive, fino a quando la comprensione spirituale si fa strada nella nostra coscienza e noi ricordiamo che non è questo il luogo a cui apparteniamo, e proviamo il desiderio di scioglierci dalle catene della materia. Il corpo materiale nel quale abitiamo non è l'unica dimensione possibile per la nostra vera essenza, ma un veicolo utile che può essere utilizzato per il nostro viaggio in questa dimensione.
Ne abbiamo bisogno nella misura in cui abbiamo bisogno di sperimentare gli oggetti materiali dei sensi, ma una volta che questa necessità viene superata naturalmente (non artificialmente!), ci rendiamo conto che è possibile vivere in una dimensione più libera ed elevata.

Il karma (l'azione e la reazione) diventa dunque il mezzo per comprendere e per superare i condizionamenti e i bisogni limitanti della dimensione materiale. Quando il mezzo ha espletato la sua funzione, cessa di esistere.
Quando abbiamo compreso la lezione, il nostro karma svanisce. Quando raggiungiamo una vera e profonda comprensione della nostra vera natura, ogni legame karmico si dissipa e perde significato, aprendoci la porta della liberazione. Liberarsi dal karma significa dunque liberarsi dal giogo del condizionamento, non essere più costretti a vivere in un corpo pieno di sofferenza, di angoscia, di ignoranza.
Significa non identificarsi più con il corpo materiale e con la materia stessa, imparare ad avere la giusta relazione con noi stessi, con gli altri, con la natura e con il divino. Questo è lo scopo della vita umana.

IL KARMA E' UN CONCETTO SETTARIO?

Il karma non è semplicemente un concetto filosofico o teologico caratteristico e limitato a una particolare tradizione culturale: si tratta di una legge di natura alla quale tutti gli esseri sono soggetti, a qualunque religione appartengano  e persino se sono atei o agnostici. In particolare, tutti gli esseri umani colti e sensibili della storia hanno riconosciuto istintivamente il legame fondamentale tra karma e alimentazione.
Quasi tutte le religioni hanno sempre predicato di astenersi dalla carne, a cominciare da diversi gruppi di sacerdoti egizi, che con la dieta vegetariana trovavano più facile mantenere il voto di castità necessario alla loro preparazione interiore. Essi rifiutavano anche le uova, che definivano "carne liquida". Sebbene il Vecchio Testamento, la base del Giudaismo, contenga qualche accenno al mangiare carne, chiarisce tuttavia che la situazione ideale è il vegetarianesimo.

Molti cristiani sono stati tratti in inganno da alcuni passi del Nuovo Testamento dove si dice che Cristo mangiò carne. In realtà Gesù apparteneva alla comunità ebraica degli Esseni, che erano vegetariani e seguivano una pratica di vita molto sobria; inoltre risulta da diversi passi dei Vangeli che aveva fatto voto di Nazireato (che comporta tra l'altro l'astensione da cibi non vegetariani, i frequenti digiuni e pratiche di purificazione, il non tagliarsi capelli e barba, il non indossare abiti lussuosi). 
Studi accurati sugli antichi manoscritti greci hanno rivelato che le parole tradotte nelle versioni successive come "carne" sono in realtà trophe e brome, che significano solo "cibo" o "atto del mangiare" in senso lato. 
Ad esempio, nel Vangelo di San Luca (8:55) si legge che Gesù resuscitò una donna dalla morte e "ordinò di darle della carne". La parola greca originale tradotta come "carne" è phago, che significa semplicemente "cibo".
Quindi ciò che Cristo disse, in realtà, fu "datele da mangiare". La parola greca che indica la "carne" è kreas, e non viene mai usata in riferimento a Cristo; quindi neanche nel Nuovo Testamento è mai detto che Cristo mangiò carne.
Questo, d'altronde, coincide con la famosa profezia di Isaia sulla comparsa di Gesù: "Una vergine concepirà e genererà un figlio, e il suo nome sarà Dio è con noi. Burro e miele saranno il suo cibo, perché saprà rifiutare il male e scegliere il bene."

Clemente di Alessandria, un padre della Chiesa, cita l'esempio dell'apostolo Matteo, che "si cibava di semi, noci e vegetali, senza carne." San Gerolamo, un altro padre dell'antica Chiesa cristiana, che autorizzò la versione latina della Bibbia tuttora in uso, scriveva, "Cucinare vegetali, frutta e legumi è facile ed economico", e suggeriva questa dieta a chi voleva diventare saggio.
San Giovanni Cristostomo considerava il consumo di carne innaturale e crudele da parte dei Cristiani: "Ci comportiamo come lupi, come leopardi... anzi peggio di loro, perché la natura ha previsto che essi si nutrissero in quel modo, ma noi, ai quali Dio ha dato la parola e il senso della giustizia, siamo diventati peggio di belve feroci.
San Benedetto, fondatore dell'ordine dei Benedettini, prescrisse ai suoi monaci una dieta essenzialmente vegetale.
Anche ai Trappisti era vietato, fin dalla fondazione dell'ordine nel diciassettesimo secolo, mangiare carni e uova, e benché con il Concilio Vaticano del 1960 il divieto sia stato tolto, ancora oggi molti frati trappisti si attengono alle leggi originali.

Anche la Chiesa cristiana Avventista raccomanda ai suoi membri di essere vegetariani. Pochi lo sanno, ma l'enorme industria della "prima colazione" americana nacque in un luogo di cura naturale condotto dal dottor John H. Kellogg, membro attivo della Chiesa Avventista, il quale era costantemente alla ricerca di breakfast a base di vegetali per i ricchi malati della sua stazione climatica; fu lui l'ideatore dei fiocchi di mais integrale che avrebbe poi distribuito in tutto il Paese.
Con il passare degli anni, a poco a poco il dottor Kellogg separò gli affari dalla religione e costituì l'industria che ancora oggi porta il suo nome.

Il più grande numero di vegetariani si trova in India, patria del Buddhismo, del Jainismo e dell'Induismo.
Il buddhismo, nella fattispecie, nacque come reazione all'enorme sterminio di animali che si compiva nell'antichità in nome di perversi rituali religiosi. 
Il Buddha pose fine a queste pratiche, proponendo la Sua dottrina dell'Ahimsa, cioè della non violenza.
I suoi seguaci, emigrati in tutto l'Oriente, lavorarono umilmente e instancabilmente per convertire al vegetarianesimo teorico e pratico intere popolazioni, arrivando al punto di aprire ristoranti vegetariani all'interno dei templi buddisti e di inventare nuovi alimenti simili alla carne, come seitan, tempeh ecc.

Le antiche Scritture vediche dell'India, che risalgono a tempi molto precedenti al buddhismo, accentuano la non violenza come principio fondamentale del vegetarianesimo.
La Manu-samhita, l'antico codice indiano di leggi, stabilisce: "Per avere carne è sempre necessario ferire delle creature viventi e questo è un ostacolo per il raggiungimento della beatitudine celeste; si eviti dunque di mangiare carne... Considerata la disgustosa origine della carne e la crudeltà di incatenare e uccidere delle creature, è necessario astenersi dal mangiare carne." 
Bhaktivedanta Swami Prabhupada, che ha tradotto e commentato oltre cinquanta volumi dei classici della filosofia e della religione indiana, scrive, Nella Manu-samhita è sancito il principio che una vita vale una vita, osservato praticamente in tutto il mondo.

Così, ci sono altre leggi che stabiliscono che si è colpevoli anche se si uccide solo una formica: poiché noi non possiamo creare, non abbiamo il diritto di togliere la vita a nessun essere vivente. Secondo la legge divina, uccidere un animale è grave come uccidere un uomo e chi non segue questo principio segue delle leggi di comodo. Anche nei dieci Comandamenti è scritto, Non uccidere.
Questa legge è perfetta, ma l'uomo la interpreta in modo sbagliato, pensando, Non ucciderò nessun uomo, ma potrò uccidere un animale. Così la gente s'inganna e crea dolore per sé e per gli altri....
Tutti siamo creature di Dio, in qualunque corpo alberghiamo e qualunque abito indossiamo.
Dio è il nostro Padre supremo. Un padre può avere molti figli, alcuni intelligenti e altri no; ma se un figlio intelligente dice al padre, Mio fratello non è molto intelligente, lascia che io lo uccida; pensate voi che il padre possa essere d'accordo?
Allo stesso modo, se Dio è il nostro Padre supremo, perché dovrebbe essere contento di vederci uccidere gli animali, che sono anch'essi Suoi figli?"

VIOLENZA E SOFFERENZA

Abbiamo visto come il karma (l'azione che porta una reazione, la causa che produce l'effetto) leghi l'essere umano alla sofferenza e ai limiti della materia, e come ogni sofferenza che provochiamo ci costringe a trovarci in una situazione in cui dovremo soffrire una pena simile a quella che abbiamo causato agli altri. Non c'è bisogno di aspettare l'inferno o il purgatorio: noi ci costruiamo da soli il nostro inferno, il nostro purgatorio, anche su questa stessa terra.
Forse non sarà una reazione immediata, forse potranno passare degli anni prima che siamo costretti ad affrontare la punizione o la purificazione o l'apprendimento della lezione, come preferiamo considerarla.
Non sappiamo quando il frutto delle nostre cattive azioni giungerà a maturazione e quali semi produrrà a sua volta.

Il legame karmico tra due esseri è oggetto di una scienza antichissima e complessa, definita nei Veda, le scritture sanscrite dell'antica India che ci hanno dato anche il termine stesso di "karma".
In poche parole, dobbiamo sapere che si tratta del legame sottile che unisce due o più spiriti e che non viene interrotto con la morte. Ci si ritrova in situazioni diverse, in corpi diversi, in ruoli diversi, ma si sente che c'è qualcosa che ci lega, nel bene o nel male, con l'altra persona.

  • Un colpo di fulmine?

  • Un'attrazione a prima vista?

  • Un incontro "magico"?

  • Una invincibile e inspiegabile antipatia?

  • Una persecuzione ingiustificabile?

  • L'impressione di conoscersi da sempre non è priva di fondamento.

Questo legame karmico si estende al di là delle limitazioni del corpo e può legare le persone a prescindere dal corpo che rivestono, dal fatto che appaiano come un essere umano o un animale. In realtà chi fa del male, con la coscienza di fare male, si sta già condannando da solo: impercettibilmente la sua coscienza (o il subcosciente, se così vogliamo chiamarlo) lo porterà secondo le leggi dell'universo fino alla posizione in cui potrà scontare la sua colpa, pagare il suo debito e imparare la lezione.
Nel cuore di ogni essere, insegnano le scritture vediche, abita l'Anima Suprema, che assegna a ciascuno le gioie e le sofferenze che gli spettano a seconda delle sue azioni, delle sue parole e dei suoi pensieri.

Quella stessa insoddisfazione indefinibile, provata dalle persone che hanno avuto tutto nella vita e ancora non sono contente, il sottile rimorso di chi ha agito male, il disgusto di vivere e l'angoscia inspiegabile che ci portano a fare del male a noi stessi (con passatempi pericolosi, con il consumo di sostanze tossiche e dannose, con forme di autopunizione più o meno consapevole) sono una prova di questa reazione sottile, che nasce dal loro stesso cuore e non potrà mai essere ingannata o elusa.
Questo giudice inflessibile non potrà mai essere corrotto o confuso da abili avvocati, e nessuno potrà evitare che la giusta sentenza venga eseguita, perché noi diventiamo giudice, giuria e carnefice di noi stessi.

LA RUOTA DELLA RINASCITA

La reincarnazione è dunque un meccanismo fisico, scientifico, perfettamente logico, naturale e giusto. Come potrebbe un Dio d'amore, perfettamente compassionevole, lasciare all'essere umano una sola vita, talvolta fin troppo breve e sfortunata, per salvarsi o dannarsi per l'eternità?
E far partire svantaggiati alcuni Suoi figli senza alcuna ragione apparente (subnormali, malati gravi sin dalla nascita, figli di genitori indegni, orfani, poveri) e lasciar prosperare materialmente il malvagio lasciandogli accumulare una quantità enorme di colpe senza dargli nemmeno l'occasione di capire in quale abisso sta sprofondando?
Oppure, come si spiegherebbe il ricordo chiaro di dettagli di vite passate, che spesso riemergono nella regressione ipnotica, o perfino spontaneamente in alcuni casi?
Come si spiegano le conoscenze "istintive" musicali, matematiche o linguistiche di alcuni bambini?

La risposta è semplice. Noi non cominciamo con questo corpo e non finiamo con questo corpo. Alcuni portano con sé ricordi da corpi precedenti, altri hanno promesso di tornare e tornano, anche se non hanno dei ricordi chiari.
Noi siamo pellegrini nel grande viaggio della vita e le nostre strade si incrociano e si dividono continuamente.
Per qualche breve giorno ci fermiamo in una locanda, conosciamo degli amici e poi di nuovo dobbiamo ripartire, con abiti nuovi, per una nuova tappa del viaggio. Parleremo più diffusamente di questo argomento in altra sede, perché la trattazione della scienza della reincarnazione richiederebbe da sola parecchi volumi.
Ci basti comprendere, a questo proposito, che il karma è un concetto strettamente legato alla reincarnazione.

La parola sanscrita che definisce la ruota delle rinascite è "samsara". Altre parole interessanti a questo proposito sono "mara", che significa "morte" e "mamsa", che significa "carne". Il termine mamsa è la fusione di due pronomi, "mam" (io) e "sah" (lui, questo) e ha origine da un rito antichissimo prescritto nei Veda a chi volesse a tutti i costi mangiare carne animale.

Tutte le Scritture proibiscono di uccidere indiscriminatamente gli animali per cibarsene: a coloro che non riescono a rinunciare all'idea di mangiare carne venivano prescritti dei sacrifici, dei rituali, da compiersi soltanto in momenti particolari e davanti alla Divinità che dovevano servire a sensibilizzare l'uomo incosciente sulle conseguenze dei suoi atti. In uno di questi rituali, contemplato nell'adorazione della forma distruttrice del divino, Madre Kali, era permesso sacrificare una capra in una notte senza luna, ma bisognava parlare all'animale rivolgendogli queste parole: "Ora io tolgo la vita a questo animale, ma la Divinità mi sia testimone che in un giorno non lontano questo animale prenderà la mia vita."

In questo modo gli antichi codici indiani mettono in guardia coloro che sono intenzionati a perpetrare una facile violenza al solo scopo di gratificare il palato con il sapore del sangue e della carne di un altro essere: chiunque uccide un animale dovrà rinascere ed essere ucciso nella civiltà vedica è considerata particolarmente esecrabile l'uccisione di animali miti, sensibili, intelligenti, generosi e amici dell'uomo, come la mucca e il cavallo.

E' inoltre importante, secondo le antiche Scritture, riconoscere il diritto di proprietà di Dio sulla vita di ogni creatura, perciò questi sacrifici erano ufficialmente offerti a Dio.
Gli animali offerti in sacrificio non erano in alcun modo maltrattati o disprezzati, ma godevano di ogni onore e cura fino al momento dell'uccisione rituale, in cui veniva recisa loro la giugulare. Infine, prima che l'animale fosse squartato e le sue carni fossero consumate, bisognava aspettare che tutto il sangue fosse fluito dal corpo (cioè che l'animale fosse proprio morto).

In nessuna parte delle Scritture, di nessuna tradizione religiosa, si parla di allevamenti lager, macellerie, mattatoi, di file di creature terrorizzate in attesa di una scarica elettrica che si limita a tramortirle per poi essere gettate, ancora vive, in acqua bollente oppure squartate senza nessuna pietà e nessun rispetto. La sensibilità e l'amore per gli animali, manifestati oggi da tante persone evolute, dovrebbero senz'altro esprimersi in un'alimentazione non violenta, non macchiata dalla sofferenza di tante povere creature di Dio.

ARMONIA E AMORE

Quando si parla di amore spesso si rischia di cadere in qualche equivoco, perciò è necessario definire bene il concetto. L'amore è un atteggiamento positivo, il desiderio di dare, di mettersi in sintonia, di comprendere e servire, non il desiderio di possesso, di controllo, di gratificazione e di dominio che spesso viene contrabbandato per amore.
L'amore vero non si manifesta solo nella relazione coniugale, ma verso gli amici, le persone che ci sono affini e care, verso la natura e le cose belle, verso Dio. Questo desiderio di armonia si può e si dovrebbe manifestare anche in relazione al nostro corpo e al corpo degli altri esseri viventi, che sono manifestazioni dell'energia del Signore, Sue creazioni e proprietà.
Non possiamo fare del male al nostro corpo e pensare di poter essere felici.
Torturare il nostro stesso corpo con veleni, posizioni e movimenti innaturali, mancanza di aria, luce, acqua pulita non potrà che provocare malattia e sofferenza, insoddisfazione e frustrazione.

Come liberarci da tutto questo?

Naufraghi nell'oceano dei desideri di gratificazione, sballottati dalle onde di attrazione e repulsione, di gioia e dolore, di illusione e delusione, la prima cosa da fare è smettere di annaspare e vincere il panico. La nostra vera felicità va cercata all'interno, al di là delle condizioni effimere di questo mondo, nei valori interiori e spirituali che ci permettono di vedere dove stiamo andando.
La gratificazione, il piacere e le gioie che ci sono concessi, così come i disagi, le sofferenze e le difficoltà che ci aspettano, sono già stati calcolati a seconda dei nostri crediti e debiti karmici. Il conteggio viene aggiornato continuamente, perché ad ogni istante noi agiamo e creiamo nuovi crediti o debiti karmici oppure li liquidiamo.
E' un po' come un conto bancario, che ha delle scadenze in cui maturano gli interessi attivi o passivi; se siamo pratici possiamo tenere sott'occhio costantemente il saldo del conto e sapere che cosa ci aspetta. Per migliorare la situazione del nostro conto, però, dobbiamo accumulare dei crediti, non cercare di spendere più di quello che abbiamo: quando ci troviamo in una condizione difficile, la reazione inconsulta è quella di forzare le cose, di strizzare più vantaggi dalle situazioni e dalle persone che ci circondano, senza renderci conto che in questo modo il nostro conto karmico sta andando in rosso.

La natura tende all'equilibrio ed ogni reazione è uguale e contraria all'azione che l'ha causata, né di più né di meno.
Ogni volta che cerchiamo di modificare questo equilibrio a nostro vantaggio egoistico, perseguendo il piacere a tutti i costi, senza preoccuparci delle conseguenze delle nostre azioni, creiamo uno scompenso, un disavanzo nel conto, che la natura provvede a riequilibrare presentandoci di volta in volta il conto. I piaceri sono prelievi dal conto, il lavoro sincero rappresenta un versamento, la disciplina costituisce un risparmio: è sempre questione di dare e avere.

Ogni essere vivente, in quanto creatura e figlio di Dio, ha ricevuto una specie di appannaggio per il suo mantenimento. Agli erbivori sono state assegnate le piante e l'erba, ai carnivori il sangue e la carne o addirittura le carcasse in putrefazione di altri esseri. Anche all'essere umano è stata assegnata una parte specifica per il suo mantenimento e non deve cercare di impadronirsi della parte destinata ad altri, perché tutto appartiene al Signore Supremo e noi siamo soltanto Suoi dipendenti.

Il fiume della vita scorre trasportandoci verso una destinazione naturale ma che ancora non conosciamo.
Noi possiamo tenerci a galla con intelligenza o annaspare alla cieca, utilizzare barche o nuotare, collaborare con altri oppure arrangiarci da soli, sebbene la corrente ci spinga continuamente verso altri viaggiatori.
Possiamo ammirare la bellezza del paesaggio, ma il nostro scopo è arrivare alla meta, e non quello di perderci nella contemplazione delle rive.

La nuova era che si apre davanti a noi è un'epoca di fratellanza, di armonia universale, di liberazione.
Possiamo trarre insegnamenti e ispirazione per questa delicata e complessa trasformazione della società e del mondo dall'antica saggezza vedica, esposta nelle scritture più antiche del mondo, risalenti a oltre cinquemila anni fa e ancora oggi seguite da milioni di persone in tutto il mondo.

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